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L' errore di trasformare i medici in ragionieri

    Un Magistrato, il Dott. Marra -Presidente della 2ª Sezione della Corte di Appello Penale di Milano- faceva osservare nel corso di una Assemblea indetta dall’Ordine dei Medici e degli Odontoiatri di Milano, che il medico non è una lavoratore qualsiasi. E si chiedeva: "come si può proibire ad un cittadino di rivolgersi ad un medico di fiducia, a garanzia e tutela di un bene inestimabile qual è la sua salute?

    E che dire della scelta “irreversibile” dell’intra moenia?    

O dentro o fuori, o pubblico o privato.

Di fronte ad una offensiva di questa portata epocale, la Categoria si è sentita sempre più sola.

E' sufficiente ricordare la campagna contro i medici di famiglia in occasione della presunta epidemia influenzale.

Il Ministro, ignorando i doveri e i diritti che derivano ai medici come conseguenza di precisi accordi convenzionali, ha tuonato contro i medici di famiglia, ritenendoli responsabili di non "essere reperibili sempre".

Non erano da meno la stampa e le televisioni, tutti impegnati ad accusare i medici di essere andati in vacanza durante le festività natalizie, ignorando che esiste un servizio di continuità assistenziale che è appunto deputato, per Convenzione, a sostituire il medico di famiglia nelle giornate prefestive, festive e nelle ore notturne.

Questa campagna irresponsabile è stata poi cavalcata anche dai politici pronti a sfruttare un momento di rabbia dei cittadini per ottenerne il consenso.

I riflessi di questi atteggiamenti sono evidenti: si scardina il rapporto di fiducia medico paziente con tutte le conseguenze negative sul Servizio Sanitario che sono facilmente immaginabili.

La sanità pubblica è già messa a repentaglio dalle forzature stataliste, dai taglieggiamenti dei ticket, dalle note CUF, dai protocolli vincolanti per legge, dalle continue, asfissianti forzature burocratiche.

    In occasione del varo della legge di riordino del Servizio Sanitario Nazionale il Prof. Staudacher ricordava che:

 "L’errore è stato quello di trasformare i medici in ragionieri. 

    Noi medici non sappiamo amministrare niente, anzi dobbiamo essere amministrati.

    Il medico non va messo davanti al costo. Il primo scopo deve essere quello di mantenere umana la medicina, quello di mettersi dalla parte del paziente".

    Purtroppo dalla primitiva estrema politicizzazione del Servizio Sanitario, con tutti i risultati disastrosi che ne sono derivati, siamo passati ad una impostazione aziendalistica, che può trovare una convincente applicazione per attività in cui sia dominante il profilo economico produttivo, ma si rivela assai meno convincente quando si devono gestire prestazioni assistenziali.

    Il Direttore Generale tra l’altro non è controllato né sostenuto né da un Consiglio di Amministrazione, né da un Consiglio di Sanitari che ha soltanto poteri meramente consultivi.

    Il Dott. Pietro Virga -Ordinario di diritto amministrativo- fa giustamente rilevare che "ancora una volta si è perduta una occasione per una organizzazione amministrativa equilibrata ed efficiente, essendo passati da una politicizzazione di tipo comunale ad un autoritarismo di tipo burocratico".

    Per quanto riguarda il problema della scelta tra pubblico e privato, questo è un fatto puramente strumentale: nessun Paese moderno può sottrarsi dal garantire una sanità pubblica che, è bene ripeterlo, non ha nulla a che vedere con una sanità statalizzata.

    Noi quindi non contestiamo affatto la Stato sociale con tutti gli irrinunciabili meccanismi solidaristici, ma la sua attuale impostazione. Si deve smettere di confondere il sociale con la economia.

Il sociale è un problema di solidarietà e di responsabilità umana, l’economia è tutt’altra cosa.

E’ l’economia che permette il sociale, e quindi il sociale non può handicappare l’economia.

Lo Stato deve far bene ciò che è indispensabile che faccia, con le risorse che ha deciso di stanziare per la Sanità.

    Tutto quello che rimane al di fuori delle sue possibilità non può che venire affidato al singolo cittadino, infinitamente più competente e più agile nell’organizzare la difesa della propria salute.

Lo Stato non può pretendere di rivoluzionare la materia senza spendere una lira in più di quelle pochissime che si spendono oggi, o chiudendo presìdi, riducendo il personale, non rinnovando gli strumenti né facendo una adeguata manutenzione, o imponendo ai sanitari l’uso di farmaci scelti non per l’efficacia ma per il basso costo.

Il mondo diventa sempre più dinamico, ed è in rapidissima evoluzione. I fattori sono molteplici: la globalizzazione, la tecnologia, i mercati finanziari come terzo potere, la longevità, l’invecchiamento con l’aumento di certe patologie (Alzeimer), i fattori sociali, le problematiche legate alla povertà, l’impatto dell’ambiente, la evoluzione continua (è il decennio del cervello), i virus viaggiano in aereo, gli allergeni anche, e tutto questo provoca un grande impatto sulla sanità.

L’assistenza sarà sempre più costosa, e si dovranno rielaborare i concetti della solidarietà e dell’eguaglianza, si dovranno riedificare gli aspetti etici.

Se ci chiediamo quali dovranno essere i confini dell’intervento della politica sulla Sanità, noi rispondiamo che lo Stato non dovrebbe condizionare l’organizzazione, ma avere le funzioni di arbitro e di garante.

Dovrebbe in definitiva definire obiettivi e funzioni, affidando quel sistema complesso che è l’organizzazione, alla professionalità.

                                                                                Roberto Anzalone

(dal Bollettino dell'Ordine Medici Chirurghi e Odontoiatri di Milano - Aprile 2000)

 

 

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